chiacchiere tra salato e cioccolato

e dopo una giornata a Calaficarra… Vi racconto il mio lievito madre.

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Quest’anno Maratea ci incanta e ammalia nella sua bellezza e ci ritroviamo in posti che, pur essendo nata e cresciuta in questi luoghi, non conoscevo.
Così a Calaficarra, il cui nome significa spiaggia del fico (e niente, in questi ultimi post i fichi vanno alla grande).

IMG_20170819_182238Si tratta di una spiaggia di ghiaia e ciottoli scuri, tra cui si nascondono piccole conchigliette, abbracciata da speroni rocciosi e caratterizzata da un mare azzurro e limpido. Tutto attorno è circondata da scogliere coperte da fitta vegetazione; da qui, via mare, è facilmente raggiungibile una piccola grotta sulla cui volta si proiettano riflessi di luce da spettacolo.

Alla spiaggia si accede attraverso un sentiero e successiva scaletta naturale. Da su non si può non rallentare il passo per fermarsi ad ammirare il paesaggio e pentirsi istantaneamente di aver lasciato a casa la macchina fotografica.

E mentre mi mangio le mani e cerco di cristallizzare queste immagini che mi riempiono gli occhi quantomeno con il cellulare, mi affiora alla mente Mediterraneo di Mango e penso che il ritratto di quella canzone ben rappresenti quanto mi vedo attorno.

Ma se noi non riusciamo ad averne abbastanza di Maratea, penso che Maratea ne abbia avuto abbastanza di noi.

Avete presente quella sensazione di sollievo generale che accompagna un cataclisma quando finisce? Ecco, la stessa sensazione ha accompagnato la nostra dipartita dalla graziosa spiaggia dopo una giornata di giochi rumorosi, capricci, dispetti e chi più ne ha più ne metta. Anche la doccia, con successivo caricamento ciurma per lo sgombero del territorio, è stata alquanto rumorosa (la parola più utilizzata della giornata è stata basta… Persino la piccoletta di sedici mesi l’ha sentita così tante volte che ad un certo punto ha iniziato a ripeterla come un mantra).
Ad accoglierci a casa la pizza della nonna (ebbene si, mi sto riposando e rifocillando) impastata con il lievito madre che con fatica avevo fatto nascere per poi cederne la potestà in un momento particolarmente incasinato della mia vita. Perché la pasta madre richiede attenzioni e nutrimento, cura e dedizione.

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Per farla, dopo aver letto manuali e post in abbondanza (ci sono veri esperti sull’argomento e volumi che illustrano anche i processi chimici di lievitazione naturale. Io non saprei neanche farlo: qui vi racconto solo il mio esperimento e la fortunata riuscita al primo tentativo) avevo impastato 200 g di farina con 100 g di acqua e due cucchiaini di miele ottenendo una pallina che avevo riposto in un contenitore di vetro. Il giorno dopo avevo reimpastato aggiungendo 100 g di farina ad una pari quantità di impasto (il resto si butta) e 50 g di acqua; allo stesso modo avevo proceduto il terzo giorno. Da allora avevo rinfrescato il panetto ogni due giorni (si usa anche l’espressione ”fare il bagnetto al lievito madre”) per una settimana e poi due volte a settimana aggiungendo sempre 100 g di farina a parte del panetto di uguale peso e 50 g di acqua. Il lievito è pronto quando aumenta il suo volume fuori dal frigo in circa quattro ore; ed allora la parte dell’impasto che prima si buttava può essere utilizzata per le proprie preparazioni. Successivamente potrete rinfrescare il lievito ogni 4 o 5 giorni. Più il lievito ”invecchia” più saprà fare il suo lavoro donando alle preparazioni una profumazione ed un sapore particolari. Il mio ha ormai qualche annetto che si porta molto bene 😉.
Questo per dire che non avrò preparato io le succulenti pizze che vedete, ma un po’ di merito di cotanta bontà in qualche modo potrei anche prendermelo.

Ps: 😜😜 No non è vero, questa volta mi sono davvero solo seduta a mangiare 😚.



2 thoughts on “e dopo una giornata a Calaficarra… Vi racconto il mio lievito madre.”

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